madhouse...
è quasi settembre. e vorrei non arrivasse mai. e vorrei non dover attraversare i suoi giorni foderati di istantanee passate e ancora così sorprendentemente presenti. e vorrei non esser certa che buona parte dei giorni sarà scandita da una disordinata successione di diapositive dai colori tenui ma nitidi, dalle parole delicate e memorabili, dai sorrisi dolci e sinceri. saranno giorni di passi a ritroso lunghi un anno. saranno giorni minati. saranno giorni fragili e strani. sarà un settembre fragile e strano e, lo prometto, sarò fragile e strana anch'io.
non credo di essere pronta per l'autunno, ma ho ancora tre settimane di tempo per prendere lezioni di ripetizione. somaramente.
"[...] Mi sembra di valutare le parole come fossero le carte di una mano a poker: contemplo e richiudo. Non pronuncio niente se non il minimo per far andare avanti il gioco, e spero che qualche animale improvvisamente c'attraversi la strada, o che la radio ci dia di sobbalzo la notizia che una indimenticata star della musica dei nostri tempi è morta, o che si metta a grandinare, a piovere manna, una scossa di terremoto leggera: che tutto succeda in questo esatto momento. [...] "
[con le parole di Christian Raimo - "Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro"]
pazzesco. mi sono inseguita per giorni, ed invece io ero qui, non mi sono mossa di un centimetro. ecco perché non riuscivo a trovarmi. eppure ero quasi convinta di aver inglobato nelle mie pupille arcobaleni che passeggiavano sul mare accanto a neri spumoni nuvolosi che spremevano abbaglianti saette tuonanti mentre ombrelloni volanti si trombavano nell'aria iperventilata. eppure mi era sembrato di vedere la fotocopia umana di un provolino amoroso che, per distinguere la copia dall'originale, avrei dovuto espletare la prova del bacio. eppure mi pareva.
poi, per (s)fortuna, ho trovato un segnale che mi ha ricondotta qui - ed è poi uno dei più frequenti che possiamo incontrare per la via: sette forchettoni di insalata incrociati a mo' di cono gelato, i quali spiccano sulla ghirlanda di anacardi perplessi che incornicia il cartello stesso, e tutto ciò barrato con ventiquattro segmenti multicolore leggermente magnetizzati, acciocchè i campi di forza risultanti creino costanti oscillazioni e deformazioni del cartello in questione, fino a farlo schiantare dopo alcuni giorni di servigio pubblico. allegato ad esso èvvi financo l'indicazione dei limiti temporali di applicazione del cartelli: "orari da definire". e tali limiti devono essere rigorosamente rispettati, a pena di scandalose sanzioni fedelmente indicate a tergo come "da determinare in futuro".
a questo punto appare lo gnomo boss che mi bisbiglia sorridente un "bentornata", servendomi con le sue zampette preistoriche una cartella sputante pratiche di rognose insolvenze. e conclude la sua apparizione con un nefasto "auguri".
io, esperta palafraniera, gli rispondo con garbo che lo ringrazio, ma ne ho ancora un secchio pieno di auguri dallo scorso anno, anzi credo che siano addirittura fermentati, onde - come si dice - i tuoi auguri te li puoi stampigliare sulla fronte ed esibirli ad una delegazione di opossum, i quali faranno beffe di te e dei tuoi bermuda leopardati con inserti di garbardine e decorazioni in gengiva di giaguaro.
ed ora io qui. il gelo in una stanza.
c'è il proposito di esaudire il silenzio di chi parole da me ne ha avute tante e non ne vuole più
c'è la necessità di non dire altro, che ogni mia parola sarebbe sterile e banale, che la mia stessa voce sarebbe rumore
c'è l'urgenza di scansarmi dal precipizio e di avvicinarmi a me
c'è la svogliatezza di infilare nel borsone due costumi da bagno, un telo da mare, i pattini, e undici mesi di pensieri stupendi e pazze idee. e partire
c'è l'idea di sprofondare sul bagnasciuga di una spiaggia ad evaporare al sole. o all'ombra afosa. che delle previsioni meteo poco m'importa
c'è la certezza che predico male e razzolo peggio
c'è il dubbio che i mei (buoni?) intenti possano durare come e quanto indossare una camicia bianca ed immacolata
chi è senza desideri scagli la prima stella
I hold this letter in my hand
A plea, a petition, a kind of prayer
I hope it does as I have planned
Losing her again is more than I can bear
I kiss the cold, white envelope
I press my lips against her name
Two hundred words. We live in hope
The sky hangs heavy with rain
in stretta connessione con quanto appena affermato, la frase successiva si rifiutò di andare a capo. ed infatti eccola qua, mille anni distante dal cuore della discussione, ma indipendente e spavalda. un giorno la stessa frase scrisse "mi manchi" ma, dopo essersi riletta, si autocensurò. era chiaro che non sapeva perché lo scriveva. sapeva solo a chi lo scriveva. e si ritrovò a rimembrar il suo vocabolo preferito ma proibito dalla grammatica etichettale. il nesso tra loro era racchiuso splendidamente traparentesi. un nesso molto intenso ma poco logico tanto che, molto tempo prima, si lasciarono. in realtà, non si sa neanche perché mai si fossero messi insieme: le condizioni non erano certe favorevoli, ma a volte accadono fenomeni speciali, magie, sortilegi. che gira la testa. che tremano le gambe. cascalaterra. tuttigiùperterra. chissà.
forse in altri contesti avrebbe saputo esattamente cosa e perché scrivere, ed anche - soprattutto – avrebbe compreso i propri sentimenti. ma quel giorno la frase non volle andare a capo, proprio non ne volle sapere.
quel giorno, la frase, consapevole delle proprie consapevolezze, si pose di fronte alla realtà e concluse che, in fondo certe cose le devi accettare così come sono, inutile cercare di modificarle.
meglio una frase di seguito ma felice, piuttosto che una accapo ma disorientata e triste.
forse. maybe. peut-etre. vielleicht. poesse.
vale, ya basta.