madhouse...
ma si può andare avanti in questo modo? è inaccettabile. per quanto tempo dovrò ancora lavarmi, stirarmi, cucinarmi, spolverarmi, riordinarmi, vestirmi, spogliarmi, potarmi, ricordarmi, metabolizzarmi, lavorarmi e guidarmi? sono forse la mia donna di servizio? sbieco e corvo il mio destino. è ordunque inevitabile che io non possa concedermi un po' di relax nella mia magione senza che in essa vi si trovi già nientepopodmeno che me stessa? mi rendo altresì noto che vengo inevitabilmente osservata dalla mia immagine, ogni singola volta che mi antepongo ad uno specchio delle mie trame e grane. questa è insolenza bella è buona. curiosità. indiscrezione. latitanza di tatto.
a volte credo di essere convinta di voler instaurare un rapporto amichevole con me stessa, ma purtroppo mi colgo troppo spesso in atteggiamenti in piccioni e torno a disturbarmi come al solito. eppure, in qualche posizione dello spazio-tempo, la soluzione deve esistere. forse, liquefarmi e scorrere via nel gran flusso, disperdermi per poi sfociare nel pelago della serenità, incontrando gli altri se stessi, e trovando con loro gli equilibri che cerco. forse potrei eliminare per l'appunto me stessa per ritrovarmi finalmente sola. ma c'è qualcosa che mi sfugge, e quel qualcosa potrei essere io. terrò in sospeso quest'ultima iniziativa in attesa di accertamenti.
mi archivio.
stamattina lo gnomoboss si è presentato in ufficio con una nuova recluta.
lei si chiama sveva, è giovanissima e al suo primo impiego.
oltre ad essere dolce e affabile, è bella da mozzare il fiato.
sarà la mia nuova assistente, anche se si denota una propensione alla pigrizia più che al lavoro.
infatti è già arrotolata sotto la mia scrivania a pisolare.
e io sto frizzando di tenerezza.
"Buon giorno", disse il piccolo principe.
"Buon giorno", disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
"Perchè vendi questa roba?" disse il piccolo principe.
"E' una grossa economia di tempo", disse il mercante. "Gli esperti hanno fatto dei calcoli. Si risparmiano cinquantatre minuti alla settimana".
"E che cosa se ne fa di questi cinquantatre minuti?"
"Se ne fa quel che si vuole..."
"Io", disse il piccolo principe, "se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana..."
ma perchè?
non è facile da dire, ma è così.
penso e ripenso. penso e ripenso.
denso. intenso. immenso. melenso.
nonsenso.
rare sono le volte in cui ciò accade, ma quel giorno il mio rododentro - sentendosi troppo controllato - si infuriò e vibrò gli stami con siffatta veemenza che l'orografia del pianeta ne risultò marcatamente sconvolta.
ma l'avvenimento più sconcertante aveva ancora da venire. a mano a mano che si avvicinava mezzodì, la furia interregionale del mio rododentro montava e si gonfiava come panna al sole, come ghiaccio in soffitta e come manubri all'imbrunire. allo scoccare del dodicesimo rintocco, i petali si schiusero con inaudita violenza, urlando a squarciagola ed emettendo angosciati strillacci sguaiati, nonché ululati raccapriccianti e malmostosi, il tutto ad un volume tale che gli archeopteryx orthopedicus nel raggio lunare di diecimila euro di chilometri esplosero trasformandosi in isotopi instabili del triclorobenzosolfuro di procione dalle belle braghe bianche.
ogni pallina da ping e da pong risultò inabile al servizio alimentare per i quindici anni successivi; l'alterego subì la rimozione dall'incarico e il depennamento dalla lista dei candidati al pranzo di gala. ma l'assordante intensità delle scandalose grida e dei violentissimi versacci emessi dal rododentro irradiò negli sconfinati cieli azzurri tremende onde di energia, che travalicarono i limiti del sistema lunare, della galassia che amorevolmente ci contiene, e di ogni qualsivoglia recondito anfratto delle immensità che si possono immaginare, e ancora più là. fatti più in là.
al culmine della spaventosa apocalisse che devastava ogni cosa in ogni dove e in ogni bove, arrivò lui, l' egoceronte col bavero alzato il quale disse: " eh no, adesso basta! a tutto c'è un limite!!"
al che, il mio rododentro si fece piccin piccino e istantaneamente si azzittì.
sospiriamo tutti in coro.
cara zia amara è passato un anno da quando entrai qui dentro l'ultima volta. me lo ricordo come se fosse domani. ero appena nato. non sapevo ancora come cavolo ti chiamavi ma sapevo della tua esistenza perché avevo spesso sentito la tua voce dalla piscina panciuta della mia mamma e mi eri diventata un po' simpatica. ma solo un po', che le persone ci vuole tempo per conoscerle.
mi ricordo che quel giorno tu non venisti a trovarmi perché - me lo spiegò la mamma - dovevi andare al matrimonio di chissàchi in una bellissima pinetina di appiano gentile. ebbi il piacere di conoscerti il giorno dopo quindicisettembre, quando arrivasti di corsa in ospedale, sbuffante sudata e confusa, dicendomi che ti eri persa tra le corsie e quando ti rivolgesti alla signora dietro il banco lei domandò:" reparto a pagamento?" tu esclamasti "no, aggratis". lei, con un'espressione di sdegno, ti fece uscire da quella favolosa stanza azzurra stampigliata di nuvolette bianche e ti indicò la porta del tugurio. io ero un tantino assonnato e non capivo bene quello stavi farfugliando .
con il passare dei giorni imparammo a conoscerci meglio. io prendevo sempre più confidenza e ti lasciavo addosso rigurgitini ricottosi e puzzolenti. tu mi ciucciavi i pallini ditosi dei piedi e mi mordicchiavi il pancino. io ti parlavo a versi, smorfie e sorrisi e tu mi spupazzavi come un bambolotto di gomma, che a volte un po' mi scocciavo. poi la nostra intimità si rafforzò quel giorno in cui tu mi avvolgesti con una calda sciarpina nerazzurra . mi guardasti nei miei occhietti blu e mi sussurrasti: "gelsomino, impara bene. forza inter". io a quei tempi ero poco informato sull'argomento ma tu mi spiegasti con pazienza e convinzione tutti i pro e i contro per i quali tifare inter. la bilancia evidenziò un parimerito ma decisi di assecondare e sostenere la tua fede calcististica per simpatia, affetto e parentela. e perché la promessa di una zia che tra qualche anno ti accompagnerà allo stadio, gelato incluso, non è mica da poco.
però, zia. però, ora che sono grande e mi sono documentato meglio guardando la televisione, compresa la prima partita di campionato, e le foto sui giornali - peccato che ancora non so leggere - ho deciso di prendermi l'anno sabbatico - come fanno i grandi - prima di arrivare ad una decisione definitiva. voglio capire bene cosa farà quel mancio che ti piace tanto e ti fa strabuzzare le pupille ogni volta che appare. voglio vedere quanti prodigi può compiere quel numero dieci che ogni volta che segna tu ululi "adrianoooooooo!!". dai zia non me ne volere, ma sento che devo valutare bene le mie scelte. mica voglio fare la tua fine che, ormai, allo stadio ci vai solo per i concerti e urli e balli sotto i diluvi estivi. capiscimi zia, sono quasi un uomo ed è arrivato il momento di fare dire tifare con la mia testolina.
adesso devo andare. è il momento della pennichella, che la mia mamma mi sveglia alle sei e mezza e se non dormo ancora un po’ divento ringhiabile e sbraitoso.
ricordati di farmi gli auguri. e un bel regalino.