madhouse...
mi dileguo nel traffico assente, tra la nebbia leggera e le carezzevoli note di "everybody hurts".
si ringalluzzisce il battito, si accapponano i pensieri.
stamattina la mente è un pollaio affollato.
When the day is long and the night, the night is yours alone,
When you're sure you've had enough of this life, well hang on
Don't let yourself go, 'cause everybody cries and everybody hurts sometimes
Sometimes everything is wrong. Now it's time to sing along
When your day is night alone, (hold on, hold on)
If you feel like letting go, (hold on)
When you think you've had too much of this life, well hang on
'Cause everybody hurts. Take comfort in your friends
Everybody hurts. Don't throw your hand. Oh, no. Don't throw your hand
If you feel like you're alone, no, no, no, you are not alone
If you're on your own in this life, the days and nights are long,
When you think you've had too much of this life to hang on
Well, everybody hurts sometimes,
Everybody cries. And everybody hurts sometimes
And everybody hurts sometimes. So, hold on, hold on
Hold on, hold on, hold on, hold on, hold on, hold on
Everybody hurts. You are not alone
[r.e.m.]
dopo la serata incenata in amicale e giuliva compagnia di oche della mia stessa specie, me ne andai a dormire, soddisfatta e carica di progetti, prospetti e speranze in confezione bignè.
durante la notte rividi in sogno gli eventi che avevano cateterizzato la vitale recentitudine temporalesca: mi riapparvero i pighiali che organizzavano viaggi multilobati in piroghe aeree fatte con legno di ghiande in puro acciaio. provai le emozioni scaturenti dall'attraversamento forestale a volo radente di zuffe rotelle svitate all'interno di macro calzature manovrate da umanistiche folle lignee adibite alla radarizzazione di cadute ambientali. questo coacervo di immagini e sensazioni fece sì e no che, risvegliandomi al canto della pernice difettosa, mi sentissi un po' deturpata dalla ragione, non molto lucida e con torbidi accenni di reattività compulsa.
assunte alcune proteine essenziali derivate dalla seppia e dal melograno multicereale, mi sentii subito poco meglio, e iniziai con parecchi indugi le operazioni della mattina. fui, poi, molto indecisa se lanciarmi dalla finestra del sesto piano per non correre il rischio di incontrare qualcuno nelle scale e in ascensore, e di essere coinvolta in futili conversazioni che potessero mettere in risalto occhiaie lievitate da etiliche tracce. fu anche problematico il prelievo dell'apparato pneumo-meccanico incustodito in un parcheggio al piano asfalto, e sorvegliato da alcune lastrine di ghiaccio che facevano dei turni segreti e periodicamente raddoppiavano la guardia, a tutto vantaggio della postazione.
con le consuete procedure di fila e stima cronologica, mi diressi per la tangente facendo una breve sosta al benzofrantoio competente per territorio, ove conquistai tot litri di benzolio. poi lo sguardo fisso nell'infinito, gelido biancor brinato ai lembi, mi condusse verso l'orizzonte lavorativo.
ora devo smetterla per bulbi motivi sequenziali:
perché vorrei ringraziare eccessivamente il trio d'oche, che la quaterna ci fa una pippa
perché vorrei affrontare il terzo caffè.
perché dovrei affrontare lo gnomo-boss, ma "lavorare", oggi, è una parolaccia.
perché. perché?
strano conoscersi
strano volersi
strano adorarsi
strano mancarsi
strano evitarsi
strano ignorarsi
[nasce l'esigenza di sfuggirsi per non nutrirsi di più]
"mezzo sogno è sempre meglio che nessun sogno" disse la cugina realtà.
"mi pregerei di farti notare", intervenne il cugino sogno, "che io non faccio mai niente a metà. è una delle cose che devi sapere subito".
gli sguardi dei due cuginetti, sprezzanti e falsamente noncuranti, incrociandosi, scintillarono. lo sfavillio fece grondare un'effervescenza di quesiti mai risolti nell'aria circostante, e l'impronta che lasciarono al suolo fu un crogiuolo di considerazioni di stupefacente pregnanza. alcune di queste vertevano su argomenti talmente eccelsi, che 'l cor si spaura al sol pensarvi. altre più accettabili, si addentravano nel folto della diatriba sognesca. una sottile domanda che affiorò spavalda fu " ma vuoi mettere il conforto che può dare anche mezzo sogno nelle notti di turbamento stranosferico?"
con estrema audacia furono interpellati due estremi luminari: un notturbino e un giornaletto, l'uno esperto in notti di giorno, l'altro esperto in giorni di notte. "dipende la notte da che ora la consideri. e comunque, mi pagate lo straordinario" asserì il primo. "sono un po' turbato", tentennò il collega.
forte di cotante rivelazioni, il crogiuolo delle considerazioni individuò un centro di gravità situato a tre quarti del proprio raggio massimo, ci girò un po' intorno e poi lo abbracciò. lentamente ma inesorabilmente, le considerazioni, la realtà, il sogno e l'effervescenza si accorsero dell'abbraccio e si unirono in un'unica energia, in un unico anelito emotivo, tramutandosi fulgidamente in un caldo, tenero, grande amore.
tutti si resero conto che fra il bene e il male vince sempre quello che risulta più forte, ma può anche pareggiare o addirittura perdere.
non è che c'è una risposta fissa ogni volta.
o tu, ici, che dici d'indici e d'appendici
che in bici te ne vai per vertici e pendici
sino ai plastici uffici
sottraici e detraici le aliquote cimici
ritraici dai debiti tossici e dalle tassose radici
i bollettini liquefaici e gli euri ridaici
suvvia, è natale, invischia gli amici
liberaci dai carnefici
e con benefici distraici
"trattenga il respiro", disse il momento. e se ne andò. lasciandomi in apnea.
a quanti episodi come questo abbiamo assistito nella nostra pur breve vita!
la mancanza d'aria, tra l'altro, influisce su attività primarie quali ascoltare la radio, tuffarsi in un acquario con le pinne, lanciare un dado e trarre un brodo, aprire il portone dell'abba zia, eseguire la scala di sol bemolle, salile la scala del palazzo comunale, ridurre un disegno in scala, giocare a scala quaranta, scalare una marcia, misurare una grandezza scalare, scalare un monte, parlare in sangiovese, lanciare il disco dopo averlo ascoltato, tessere lodi a lodi, mangiare un cornetto a crema, preparare una pietanza macerata nell'olio di macerata, spogliarsi durante lo spoglio delle schede, trarre conclusioni e concludere trazioni.
è quindi chiaro che, di conseguenza, io non ho né cipolle né limiti (anche perché i limiti fanno cattivo odore).
nella calca dell'assemblea cerebrale, prese la parola un pensieropode situato dietro il monumento delle fissazioni tostate. data la sua postazione posticcia, dovette alzare di molti tacchi la voce per farsi auscultare.
"non riesco ad accettare", disse il pensieropode imbufalito come una mozzarella, "il ruolo antalgico riservato alla mia specie".
scosso da un brivido in ponente, l'egoceronte s'infuriò. e nella furia si spaccò in milletrecentoquindici virgola ventisei pezzi - e valli a ritrovare -, disse un toblerone di p'assaggio, e tutta questa poltiglia si avventò con velocità concezionale sul documento ufficiale che attribuiva ruoli razionali alle singole specie.
l'impatto fu prammatico: i frammenti dell'egoceronte perforarono e sgretolarono il documento suddetto, rendendolo inservibile. i primi momenti di disorientamento furono presto inseguiti da conati di turbanza teorica e da ratei e riscontri passivamente idealizzati, risolventisi infine nell'illogica (ma infettiva) perdita dei ruoli da parte delle varie specie. il solo fatto di non avere un documento di riferimento bastò a cancellare in pochi istanti ciò che si era consolidato nei millenni e nei lapilli, senza peraltro alcun bi-sogno di consultare documento alcuno. si sapeva che esso esisteva, lì, poderoso, ponderoso ed in muta bile, ma nessuno aveva mai aveva sentito il bi-sogno di consultarlo per avere conferma della propria funzione razionale sfatta, anche perché sarebbe stato ridicolo, ma come, non sai neanche cosa ci stai a fare tu qui, ma certo che lo so, non vedo perché dovrei andarlo a verificare.
e invece furono sufficienti alcuni pezzettini di egoceronte tachionico per cassintegrare l'impalpabile equilibrio che anodizzava i reciproci destini.
il pensieropode, tutto gommato, non fu affatto scontento dell'accaduto, e anzi fece anche qualche prova allo specchio con il mantello imperiale, non si sa mai.
poi brindò con un calice piangente di tocai.